giuseppe de gregorioGiuseppe De Gregorio (Spoleto 1920 – Spoleto 2007) è un’artista italiano ascrivibile al movimento informale, partito dal post cubismo e evolutosi fino a quello che è stato definito “ultimo naturalismo”, per l’inserimento di soggetti di natura all’interno della struttura informale.

Egli afferma di voler raccontare il rapporto esistenziale che lo unisce agli oggetti, e cogliere la vita che c’è in essi.
Le sue nature morte pertanto sono sempre sottilmente animate da una forza vitale, da quelle energie interne che risiedono in tutte le cose, siano esse appartenenti al mondo animale o vegetale, o siano invece le energie statiche del mondo degli oggetti veri e propri.

Alcuni espedienti e tecniche contribuiscono a quest’effetto.

Prima di tutto il taglio che De Gregorio effettua sulle immagini.
Egli offre al nostro sguardo solo una porzione di ciò che sta rappresentando, ne isola la parte importante. Tutto quello che resta fuori dalla cornice perde valore, e resta di conseguenza anche fuori dalla realtà, che nell’arte non è altro che invenzione.

Poi, la particolare messa a fuoco su cui l’artista basa la sua rappresentazione.
Anche qui è l’occhio del pittore che può decidere di assegnare enorme valore a un dettaglio infinitesimale, rendendolo protagonista, o di toglierne a qualcosa di grande, riducendolo quindi a trascurabile particolare.

L’effetto filtro-colore uniforma l’immagine.
I colori utilizzati hanno prevalenza della stessa base, mescolata con più o meno bianco o nero.
Gli elementi risultano come immersi in un liquido che ne attenua le differenze e rende omogenea la composizione. Quella che si ottiene è una raffigurazione più onirica che reale, con una vena espressionista in grado di esprimere malinconia quando vengono utilizzate tinte tenui, o positività quando sono invece presenti toni caldi e brillanti.

Io voglio raccontare
nei miei quadri
il legame di necessità
che mi unisce
agli oggetti
e cogliere la vita che c’è in essi;
che io dipinga un granchio
o un albero
o un insetto
o un fossile
non ha molta importanza:
è vedere come la natura sia
in sostanza
identica a sé stessa;
la forma stessa non cambia,
a ben guardare;
un granchio morto
sulla spiaggia
può somigliare
alle radici di un albero.
È evidente
dunque
la profonda unità delle cose,
la stessa vita
che si sottende ad esse
e che si esprime in
una sottile unità formale.
Non parlo qui
certo
della natura come vasto orizzonte,
ma
di quei particolari di essa
cui l’occhio
si deve applicare come
lente d’ingrandimento
per coglierne
tutto il fascino vitale.